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Lettere di don Giovanni Ruozi


8 febbraio 2007.

Mi accorgo di scrivere un po' meno frequentemente. Segno che ho meno tempo, e in parte è vero, ma se volessi il tempo lo troverei. Segno forse che le giornate iniziano ad essere più normali, meno "emotivamente" forti. Forse è un richiamo del Signore ad andare in profondità


28 febbraio 2007.

A Tanà ho fatto l'errore di dire alle suore italiane - sempre molto carine e premurose con me - che ero sempre un po' stanco. Così poi mi hanno provato la pressione, sentito il polso... Poi mi hanno dato delle vitamine ("per sicurezza" hanno detto) e della cioccolata. Quando sono arrivato a Fianara la cioccolata l'ho distribuita agli ospiti, che mi sono sembrati molto contenti! La loro gioia e il loro sorriso mi fa meglio che non le energie del cioccolato. (non ditelo alle suore che sennò mi sgridano!!!!). Certo, queste attenzioni fanno piacere. E molto. E anche i consigli di stare mangiare, riposare, prendersi le precauzioni e attenzioni necessarie, perchè "...non è intelligente fare il povero che poi ti ammali e spendi di più..." - mi si dice. E me lo direbbe anche don Paolo Ronzoni, penso. E' vero. Però è anche vero che se la salute va tutelata e curata, non è grazie ad essa che evangelizzeremo e saremo evangelizzati. Pensiamo che stando in salute potremo fare del bene. Certo, a essere malato diventi un peso. Ma chi l'ha detto che Dio non possa servirsi anche della nostra malattia o debolezza per farsi conoscere? Anche C. de Foucauld - che sto leggendo in questo periodo - ci è passato dalla malattia ed è stato uno dei momenti in cui i Tuareg l'hanno avvicinato di più. Certo non è l'unica strada, e soprattutto non la dobbiamo cercare noi perchè arriva quando deve, ma è una strada possibile. Mi sembra un po' una forma di idolatria sottile pensare che devo stare sano per annunciare il vangelo. Io sono stato evangelizzato da dei poveri, dei malati, dei matti. Allora continuerò a dividere il cioccolato con gli ospiti, e anche se sarò un po' più stanco, sarò più felice, più "carico", caricato dai loro sorrisi, dalla loro gioia. Piuttosto bisogna discernere cosa si chiede alle persone. A volte chiediamo cose più grandi o più pesanti di quello che possono fare (...) Io non posso fare quello che fa un malgascio, mangiando e curandomi come lui. So che non durerei un mese. Vuol dire che farò meno, ma farò come loro. Questo mi sembra la logica della missione. E su questo le missioni dovrebbero interrogarsi. (A tal proposito noi missionari della diocesi di Reggio mi sembra siamo più avanti di tante congregazioni religiose). Ma bisognerà che ne parli quando sarò ammalato davvero, adesso è troppo facile (...).


23 marzo 2007. 

Ieri ho incontrato una signora a cui avevo comprato le medicine tempo fa. Me le ha chieste ancora. Io ho preso tempo, dicendo che le avrei chieste alle suore. Poi alle suore ho chiesto cosa fare. E' stato utile perchè mi hanno indicato il posto dove distribuiscono le medicine per i poveri, e potert indirizzarci la signora. Ritorna quello che pensavo per il discorso sostentamento clero: la povertà - gestione dei beni non è questione di ascesi o santità personale, ma è un fatto di chiesa e la "soluzione" (= il modo di viverla evangelicamente) è solo, e non può non essere, che comunitario. Del resto quante volte nel vangelo Gesù parla della gestione alternativa dei beni ai suoi discepoli...


25 marzo 2007.

Sono per un weekend in una parrocchia di campagna, ospite di due preti, due giovani dei dintorni, e viene una suora a dare una mano nella pastorale e li aiuta in casa. La mattina dopo colazione, mentre aspetto di partire per una celebrazione con uno dei due don, mi metto a lavare insieme ai due ragazzi e alla suora. Questo li ha stupiti. Un mompera (= un prete) che fa il "lavandino" è strano, non è un lavoro da far fare a lui. Eppure mi sembra che la missione passi anche per di lì, dall'asciugare i piatti, chiedere come fanno il caffè con la "calza", sedersi o uscire se ti accorgi che il tuo fare crea imbarazzo... Mi sembrava qualcosa della spiritualità di Nazaret, la scuola di Gesù, quella che gli ha insegnato ad essere Dio, e quindi deve istruire anche noi. E' chiaro che una missione così chiede tempi lunghi, lunghissimi, e chiede anche tanti operai (almeno uno per lavandino!!!) eppure mi sembra la strada giusta. Scherzando, i due ragazzi, salutandomi mi hanno detto: torna presto. Certo, uno che ti va il lavandino è un vantaggio, e con un ospite in casa si mangia sempre meglio... però non credo fosse per quello, ma per la familiarità che si era creata, per lo stile di condivisione che c'era, perchè abbiamo lavorato insieme (scaricando il riso...). Anche a Gesù hanno detto resta con noi. Certo, l'hanno anche scacciato (a Generaset, uin un villaggio di Samaritani, a Nazaret, infine a Gerusalemme) e anche noi non possiamo non aspettarci quella situazione. Eppure in quel "resta" ci ho sentito tanto vangelo. Dovrò pensarci meglio, anche prchè dipende da qui lo stile della missione.


13 aprile 2007.

Sono a Tamatave. Stamattina sono andato a vedere l'alba sull'oceano Indiano, e est. Non era una gran mattina, era un po' nuvoloso. Non era un gran posto, vicino al porto e alla strada. Non era il miglior orario, sono arrivato un po' tardi. Insomma, non era certo una di quelle albe da cartolina, memorabile per colori, etc.etc... Eppure mi è piaciuta un sacco, anzi di più. Ho sentito forte la presenza di Dio, Creatore, Signore della storia e amante dell'uomo. E il bello è che non era semplicemente l'idea romantica di Dio, l'Immenso, eterno, nella pace e armonia del suo creato - questo l'ho già visto e gustato. Ma sarà stato il porto con le sue luci, le piroghe dei pescatori in mare per la pesca, la gente che faceva jogging sul lungomare alle mie spalle... insomma: c'era Dio e c'era anche tutto l'uomo, con le sue attività, fatiche risorse, il suo ingegno. C'era tutto Genesi 1, con l'uomo con il suo compito di custode, lui che è un peccatore - Gen 3 (e i suoi peccati si vedevano bene, dalla sporcizia sulla spiaggia e all'inquinamento del porto). Però questo sarà meno romantico, ma è un Dio vero, vivo, che continua a far sorgere il sole del suo amore, con fedeltà e premura, anche tra le nubi dell'imperfezione del mondo e del peccato dell'uomo. Che grande Dio è il nostro! E che fortuna poterlo contemplare, libero bisogno di immagini finte di una cartolina. Quella mattina mi ha dato una grande pace.


22 aprile 2007.

Festa della CdC di Ambatomena. Nel pomeriggio siamo andati a fare un giro in macchina. Visto il numero ha guidato la macchina anche XXX, che di solito non guida. Alla fine, tornati a casa, le ho detto in malgascio "tena mahay", cioè "sei davvero capace" di guidare, e abbiamo fatto una risata. Lei ha un po' paura di guidare, forse dirle così le fa bene. E in questi giorni l'ho detto anche ad altri, sei "mahay" a cucinare, "mahay" a cantare... Anche perchè mi accorgo di quanto mi faccia piacere e mi faccia bene sentirlo dire a me ("mahay" a parlare malgascio, "mahay" a fare la messa...) Del resto è così: fa piacere perchè i complimenti ci gratificano nell'immediato, e fa bene perchè ci stimola ad aprirci, a lanciarci, ci dà fiducia in noi stessi, ci fa crescere nella relazione con gli altri. Tutti i nuovi corsi (nelle aziende, nelle familgie religiose, al CUM...) lo dicono di partire dal positivo nelle relazioni , incoraggiare, sottolineare il bene, etc. Certo questi apporti, queste competenze, sono utili. Ma di più, mi viene da pensare, che un battezzato, o meglio uno che ha conosciuto Cristo (perchè non sempre coincide), o meglio ancora: uno che èstato conosciuto da Lui, non può che vedere gli altri così, enl positivo, incoraggiando, sottolineando il bene, le capacità altrui... Perchè così fa Gesù con lui per primo.


27 aprile 2007.

"E' da tra mesi" che sono qui. Allora continuo a raccontare qualcosa di quello che vedo, per farvi partecipi delle cose bello che vivo. Questa volta più che riflessioni vorrei raccontarvi la pasqua che ho trascorso.

Sono andato con don Giovanni Caselli in una delle parrocchie di p. Max dei Fratelli della Carità, al villaggio di Amboimanzaka, a una cinquantina di km da Ambositra. Chiariamo subito: per fare quei 50 km ci abbiamo messo circa tre ore. Perchè l'asfalto l'abbiamo salutato dopo i primi 3 km, appena usciti da Ambositra. La strada era tutta in terra, e in certi punti, dove era più rovinata a causa delle pioggie, si inventavano scorciatoie (o meglio "allungatoie" attraverso gli alberi). Gli ultimi km erano poi un sentiero di montagna, sufficiente appena per la macchina (siamo andati con un 4x4), di salite e discese, o comunque di sobbalzi continui tra sassi e buche. Amboimanzaka è un villaggio di 500-600 persone (all'anagrafe non hanno saputo dirmi il numero preciso...), abitato dagli Zafimaniry, una delle etnie del Madagascar (in tutto saranno 18000?), quelli molto abili nel lavorare il legno, soprattutto il palissandro, anche se adesso si fatica a trovarlo, perchè un palissandro ci mette parecchi decenni per crescere ed essere utilizzabile. Le abitazioni sono capanne in legno, a parte la chiesa, la canonica e altre tre case, che sono in mattoni e col tetto in lamiera. Le case sono molto piccole, come piccolo è tutto il paese, molto raccolto. Il paesaggio intorno è semplice ma bello, molto verde, c'è una piccola cascata dove si va a fare il bucato.

Arrivando con la macchina, il sentiero scende, per cui vedi il villaggio dall'alto, e ti accorgi di come sia piccolo. Arrivando poi, l'impressione è che non ci sia quasi nessuno, solo qualche bambino incuriosito per l'arrivo di una macchina. Poi, entrando in paese, attraversandolo perchè la nostra casa era all'altra estremità vicino al torrente e alla cascata, vedevi arrivare bimbi e persone da tutte le parti, ed erano tantissimi! Tutti i bimbi all'arrivo sono venuti a salutarci, qualcuno un po' impaurito per questi due stranieri, altri più coraggiosi ed estroversi. La nostra casa era vicino alla chiesa e alla canonica (che fa anche da scuola e magazzino, e altre cose se necessario), una casetta in legno fatta fare da p.Max per accogliere gli ospiti e anche i turisti; e' molto semplice ma carina. Non c'è corrente elettrica, non c'è acqua corrente, non ci sono servizi igienici (devi andare in vicino alla canonica per i servizi, che ai nostri occhi e per le nostre abitudini non paiono tanto igienici, ma sono un inizio, e comunque ci facevano sempre trovare l'acqua scaldata per lavarci). La casa era composta da due vani: in uno c'erano due letti, nell'altro c'erano un letto e un tavolino (ho dimenticato di dire che con noi era venuto anche un seminarista di Ambositra a fare un po' di esperienze pastorali). La stanza con il letto e il tavolo serviva per dormire a uno di noi e poi per pranzare tutti, ed era anche la "sala riunioni" per preparare la liturgia con i responsabili della parrocchia.

Forse è un inizio un po' lungo, ma mi sembra utile. Anche perchè due delle cose che mi hanno colpito subito sono state proprio queste: la semplicità, sobrietà - diciamo pure povertà - del luogo, e la grande accoglienza verso noi "mompera". Le cose erano poche e certo non molto "ricche", ma tutte molto curate per noi. La gente ci ha servito e riverito. Mi stupisce sempre vedere come chi ha poco riesca ad accogliere in modi sorprendenti. Penso sia per due motivi: uno perchè ti danno il meglio di quello che hanno, e te ne accorgi, lo precepisci; secondariamente perchè quando arrivi in certi posti e condividi qualcosa delle condizioni della gente, bè, anche le nostre esigenze e pretese si riducono o si relativizzano, lasci perdere "tante balle" e ti lasci accogliere più facilmente. L'avere tante cose, che di per se dovrebbe permettere un'accoglienza migliore, in realtà mi sembra che ostacoli, perchè poi ci preoccupiamo forse troppo di dare cose, servizi, "agevolazioni", che ci fanno distrarre dal cuore dell'accoglienza: esserci noi, che è il nostro meglio, e gli ospiti. In questo forse dovremmo semplificare le cose.

Siamo arrivati il giovedì a pranzo, dopo aver celebrato in cattedrale ad Ambositra la messa crismale. Dopo il pranzo e un po' di riposo, Intorno alle 17 abbiamo iniziato la messa in coena domini. Ha avuto inizio fuori dalla chiesa, leggendo il brano di vangelo in cui Gesù manda i discepoli a preparare la casa per mangiare la pasqua. Cosicchè alcune persone sono entrate in chiesa, e durante il canto, mentre entravamo noi con il resto dell'assemblea, hanno preparato l'altare e il presbiterio. Alle 18.30 eravamo all'inizio della liturgia della parola. Tutto viene cantato. Poi la lavanda dei piedi, che non abbiamo fatto dopo l'omelia ma durante la preghiera eucaristica, dopo il racconto dell'istituzione, appena finite le parole di Gesù "fate questo in memoria di me". E noi (io e don Giovanni) abbiamo lavato i piedi a dodici persone, e poi queste dodici persone hanno lavato i piedi ad altre dodici persone sedute tra la gente. Ricordo che in Italia, lavando i piedi (ma anche quando da ragazzino era toccato a me di farmi lavare i piedi dal mio don) trovavi dei piedini lindi e profumati, calzine bianche, borotalco che era ancora nell'aria... bè i piedi che ho toccato, lavato e baciato qui erano tutt'altro: piedi duri, con una pelle che è diventata una corteccia, per i tanti km fatti a piedi e scalzi, piedi polverosi, callosi, sporchi... Non so come fossero i piedi dei discepoli quella sera, ma so che Gesù non ha lavato i nostri piedi dopo che ci avevamo messo il borotalco, cioè, per dirla con s.Paolo "... Dio dimostra il suo amore verso di noi perchè, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,8). Toccare, lavare e baciare quei piedi mi ha aiutato a sentire la grandezza dell'amore di Gesù per noi, che non si è fermato davanti a nulla ed ha amato "fino alla fine" (Gv 13,1). Poi abbiamo ripreso la preghiera eucaristica. A questo punto è d'obbligo una precisazione per i liturgisti più preparati che leggeranno queste righe: non abbiamo seguito le rubriche, e forse certe cose andrebbero pensate di più. Ma prima di essere giudicata una liturgia va vissuta.

Dopo la celebrazione (che è durata circa 3 ore e mezzo), per tutta la notte c'è stata la veglia di preghiera, un po' come si fa da noi. Gruppi di persone (hanno cominciato i bambini, poi i giovani, le donne, gli uomini...) a vegliare e pregare e cantare. Canti che si sentivano in tutto il villaggio (un po' perchè il villaggio è piccolo, ma anche perchè cantavano veramente con tutte le loro forze). Alla mattina le lodi, come avviene ogni giorno della settimana per ogni giorno dell'anno... la preghiera del mattino inizia alle 7, e siamo in una decina alle lodi, poi mentre si prega arrivano in silenzio persone che si accomodano nei banchi. E' la preghiera che convoca e accoglie (alla fine delle lodi saremo stati una cinquantina). Che bello! Che semplicità e forza! Poi il venerdì santo alle 14.00 la via crucis, partendo dal sentiero a monte del villaggio. Arrivo in chiesa e liturgia della Passione del Signore. Qui, siccome il culto dei morti è molto importanti, la parte del vangelo in cui Gesù è sepolto viene letta alla fine della liturgia (dopo la comunione), viene in un certo modo "trasportato" il feretro nel luogo stabilito - per noi era in fondo alla chiesa - e poi un raiamandreny, cioè un anziano, fa il discorso di ringraziamento per essere venuti a far visita al morto, cosa che fanno nei loro funerali, e che sentono come molto importante (e lo è davvero, avendo anche ricadute "sociali" nei rapporti familiari). Abbiamo terminato dopo le 18. Il sabato santo abbiamo celebrato alle 20.00, e sono venute persone anche dai villaggi vicini che non avevano le liturgie, così anche domenica. Abbiamo iniziato con il fuoco pasquale e il cero, nel buio di quella notte e di quella chiesa senza lampioni o lampadine, con il canto dell'exultet fatto dai bambini della scuola materna veramente bello, veramente exultet! per la potenza unita all'armonia delle loro voci. La veglia e la messa sono finite alle 24.30. Ma assolutamente non pesanti, anzi. Soprattutto per loro, che dopo la liturgia hanno continuato in chiesa a cantare e fare alcuni balli tradizionali, proposti dai giovani e dai ragazzi. Io alle due sono andato a letto, loro hanno continuato. La mattina, nella messa di Pasqua, prime comunioni di 26 bambini (di età diverse, tra i 7 e 14 anni circa), anche di una ragazzina battezzata la sera prima. Anche qui tre ore di celebrazione. Del tanto tempo passato in chiesa, rimane proprio che non è assolutamente pesato, anzi.

Certi posti, riflettevo con don Giovanni Caselli, sono proprio più "evangelici". E non perchè là la gente sia più santa o meno peccatrice, o che la logica evangelica lì determini lo stile di vita, anzi. Ci sono i santi e i peccatori là come in tutti gli altri posti della terra. Ma è che la povertà della gente e dei posti è stata la scelta di Gesù venendo nel mondo: ha scelto di nascere, vivere e morire povero, tra dei poveri (i pastori a natale e i ladroni o qualche donna che lo seguiva a pasqua, e poi per tutto il resto della sua esistenza). Per questo tali posti ti aiutano a celebrare: non c'è luce elettrica, e il cero diventa davvero la lampada che guida i nostri passi, e la chiesa è davvero illuminata dalle candele luci del nostro battesimo; non ci sono libretti o foglietti per i canti, ma tutti cantano e cantano a squarciagola; la gente non ha l'orologio e non ha fretta quando celebra, sa ascoltare il tempo scandito dalla campana della liturgia. Questa piccolezza è davvero grande. E' Gesù che scegliendola l'ha resa grande o Lui l'ha scelta perchè è essa che è grande? O tutte e due le cose? Comunque, mi è sembrato davvero di percepire che questa piccolezza è grande proprio perchè c'è dietro, c'è dentro, c'è intorno, Dio. L'immenso. Che dispiacere vedere un mondo intero che corre dietro alla grandezza, alla ricchezza, alle complicazioni. E diventa dolore quando a correrci dietro sono persone che conosci e a cui vuoi bene. Chissà quanto avrà sofferto Gesù di questo: con Giuda, coi capi del popolo, coi discepoli... con noi.

Questa semplicità rendeva anche i gesti, magari fatti con poca grazia (nel sistemare i bimbi nei banchi, nel lavarsi i piedi della gente, nel dirigere i canti, nella poca bellezza degli oggetti e dei paramenti...) pieni di Grazia, cioè di una verità profonda che rende nuove e belle tutte le cose, anche le più scancherate.

E' stata una pasqua per me poca "attiva", cioè senza dover e poter fare molte cose. Ripensando alle ultime pasque in Italia è stata molto diversa. Ho avuto così modo di guardare, lasciarmi istruire, servire dalle persone che avevo intorno.

Sono grato a Dio per ciò che mi dona di vedere, di vivere. Mi verrebbe voglia di scrivere riflessioni con la pretesa di aiutarvi a vivere meglio la pasqua lì da voi... e so che qualcuno me le chiederà. Invece lascio a voi di tirare "le conclusioni". Anzi, vi invito a comunicarmele così possono aiutare me a convertirmi.

 

P.S.: nel descrivere il villaggio e la sua "vita" ho necessariamente trascurato tante cose, che meriterebbero di essere menzionate: di come stiano migliorando l'igiene e la pulizia (così diceva don Giovanni C. che era già stato lì più di una volta), di come la gente insieme a p.Max stia lavorando sodo per costruire strade, predisporre una turbina vicino alla cascata per avere corrente elettrica, migliorare l'istruzione... Il cammino è lungo, ma la pasqua ci insegna a non avere timore (e gli errori che vediamo oggi da noi "paesi avanzati" ci invitano a non avere troppa fretta).

Allora buona Pasqua a tutti voi, che vi regala tanta semplicità e tanta Grazia, don Giovanni R.


 27 maggio 2007.

EFATRA VOLANA IZAY

A dir la verità non so se il titolo è giusto, perchè le parole che finiscono per Tra, Na e Ka, hanno abbreviazioni particolari. Però non ho qui il quaderno di malgascio e non so correggere. Potevo cambiare titolo alla lettera, ma così, oltre ad aver già spiegato come sono messo con il malgascio, cioè un po' indietro, siccome molti di voi hanno già visto le altre lettere che cominciavano allo stesso modo, sapendo già più o meno cosa troverete in queste righe, uno può decidere se leggerle o no. Visto che per voi il tempo è denaro, giusto?

Sono quindi già passati quattro mesi da quando sono arrivato in Madagascar (17 gennaio). Ad ogni mese ho scritto una lettera, stavolta non sono molto ispirato, ma vorrei essere fedele a questo appuntamento, anche perchè in tanti poi mi hanno risposto allargando le riflessioni e questo mi ha fatto piacere. Così riporto alcune pagine del diario. Anche qui però sono poco "ispirato", o forse sono semplicemente pigro, perchè è dall'inizio del mese che non scrivo, e anche prima ho scritto poco. Pazienza.

Casa dei volontari RTM

27 giugno 2007 (Festa dell'Indipendenza Nazionale).

Sono in ritardo di quasi dieci giorni nello scrivervi. Mi accorgo di come la fedeltà sia difficile, soprattutto nelle cose quotidiane e in quelle che durano nel tempo. Però mi accorgo anche di come la fedeltà faccia bene a chi la "osserva", a chi ci prova, per questo il primo a essere contento di trovare il tempo e le forze per scrivervi sono proprio io.

Nell'ultimo mese ho girato parecchio, avendo la fortuna di accompagnare ospiti e girare per luoghi e feste qui in Madagascar. Così ho studiato poco, e mi accorgo di essere un po' peggiorato nella capacità di parlare la lingua. Speriamo che sia come quando vai in macchina, che devi togliere il piede dall'acceleratore se vuoi mettere una marcia più alta per andare più forte.

Di questo mese vorrei raccontarvi un weekend trascorso in un villaggio (lo stesso dove andai per le celebrazioni pasquali, e di cui vi ho già raccontato) per partecipare alla celebrazione di matrimonio di un ragazzo malgascio che lavora con i volontari RTM.

Mentre scrivo ho in mente tanti amici e amiche che proprio in questi mesi hanno celebrato o si preparano a celebrare il loro matrimonio. A loro il mio più caro augurio, e mentre celebravo il rito per loro in particolare ho pregato.

Bene, veniamo al matrimonio. A dir la verità erano otto matrimoni. E già questo per noi è interessante: il parroco del paese (un tipo veramnte in gamba, ma fanno poi così un po' tutti qui) ha riunito in un'unica celebrazione le varie coppie che si volevano sposare in chiesa.

La celebrazione era fissata per le 9.30. Bè, qui l'orologio è un lusso, o comunque un optional, e avremo cominciato quasi un'ora dopo. La cosa che mi ha colpito è che non stato perchè la sposa (o una di esse) era in ritardo, come a volte capita da noi (anche se ultimamente stiamo decisamente migliorando, no?), ma perchè c'erano le coppie di sposi e mancavano i fedeli. Sì, le coppie sono arrivate alla spicciolata, abbastanza puntuali, e ancora in chiesa c'erano solo un po' di bimbi per il catechismo domenicale, e qualche altro fedele per la preghiera. Allora, con molta calma si sono seduti nei posti riservati a loro, cioè le prime due file di banchi, dove di solito stanno i bimbi (che erano seduti appena dietro).

Come ci sono state un po' più persone, il parroco ha iniziato a fare le prove di qualche canto, ed era bellissimo vedere gli sposi che cantavano con passione nell'attesa dell'arrivo della gente. Buffo, no? Pensando alle processioni di tanti nostri matrimoni, in cui le spose (perchè entrano dopo, ma non è che i maschi siano meno emozionati...) con gli occhi di tutti puntati addosso, un make up da favola, vestiti a volte un po' complicati, non possono che essere tese come corde di violino, erano proprio belli nella loro serena naturalezza. Poi la bellezza era per me accresciuta da un'altra particolarità: le spose erano tutte vestite allo stesso modo! Eh sì, il parroco - sempre quel tipo molto in gamba - aveva trovato lui, a spese della parrocchia, otto vestiti praticamente uguali. A me sembravano più bimbe della prima comunione che spose, vabbè, ma magari a loro - e soprattutto ai loro sposi - dovevano piacere un sacco! Per le alcune - poche - che potevano permetterselo, sarà stato un po' triste rinunciare a un vestito più bello, per altre sarà stato una fortuna avere questa possibilità, che altrimenti non avrebbe avuto i mezzi per affittarsi un bel vestito; però così tutte hanno evitato le chiacchiere delle amiche che ad ogni matrimonio discutono su come era il vestito della sposa. Sui vestiti degli sposi sarebbe simpatico parlare, ma qui penso sia questione di gusto, però alcuni nel loro vestito della festa indossavano una tuta (!) e uno addirittura la maglietta - sotto una camicia bianca per cui si vedeva tutto - la maglietta che il presidente del Madagascar ha distribuito a centinaia di migliaia in campagna elettorale!!! Era simpaticissimo!

Il rito è stato molto bello, io purtroppo non capivo molto, però capivo che il parroco era molto bravo e capace di coinvolgere la comunità. Anche da noi a volte le coppie cercano il prete amico, magari giovane, capace di fare una bella omelia o celebrazione. Si capisce, un prete "palloso" non lo vuole nessuno. Però qui anche un prete "palloso" farebbe la sua figura, perchè è la gente tutta che celebra e non soprattutto lui. Ad esempio, dopo il vangelo, e prima della omelia, due "ray-aman-dreny" cioè due anziani del villaggio, hanno rappresentato un dialogo: uno era il portavoce dei padri delle spose, e uno degli sposi, e, in questo dialogo spiegavano - per quello che mi hanno poi tradotto - cosa devono fare (e soprattutto non fare!) i mariti e i compiti delle spose. E, insieme, a loro un terzo ray-aman-dreny ha benedetto gli sposi secondo il costume tradizionale. Bello, anche questo. Mi scappava da sor-ridere nel pensare ai genitori di tante spose e sposi in Italia a fare questo dialogo "sapienziale".

Ancora, dopo le promesse e i sì, ogni coppia, davanti all'altare, era invitata a scambiarsi un bacio (alla maniera malgascia: tre baci). Siccome erano tutti molto timidi la gente si è divertita un sacco, e anche noi. La cosa bella era la grande naturalezza e delicatezza della cosa.

Poi, dopo i sì, il parroco ha invitato tutti gli sposi davanti a lui per la benezione (o una preghiera, non ho capito) e dietro di loro c'erano una persona per coppia, che penso fossero i testimoni, o un parente. Finita la preghiera ha fatto cantare ai bimbi un canto di lode. E gli sposi hanno iniziato a ballare con lo stile semplice ma pieno di grazia delle loro celebrazioni, e i testimoni con loro, e il parrocco anche, e poi chi voleva si alzava dai banchi e avanzava fino a posizionarsi dietro le coppie e i testimoni e si univa al ballo. Veramente esprimeva gioia: il canto, i movimenti dei corpi, i sorrisi... e difatti, finito il canto, sempre dal posto - secondo me saltava su chi voleva - c'era chi ne proponeva un altro, e tutti a cantare. In Italia, se uno si prende l'iniziativa di iniziare un canto in più rischia una fucilata! O no?

Per le preghiere dei fedeli, il parroco ha invitato ogni coppia a fare una preghiera. Penso, ma non posso dirlo con sicurezza, che glielo avesse anticipato, però sono tutti andati al microfono e senza foglietti hanno fatto la loro preghiera, molto semplice.

Durante la raccolta delle offerte, anche gli sposi, quando era il loro turno - qui non c'è uno che gira a raccogliere con un cestino, ma tutti - ripeto tutti - si alzano e vanno all'altare a portare la loro offerra - sono andati a portare l'offerta nel cestino. Un'altra cosa significativa per me, che ero seduto difianco al parroco in quel momento, è stato vedere due spose venire accanto a lui, e chiedere molto discretamente, in modo da non essere viste, di benedire le fedi. Probabilmente non tutti se le possono permettere. E chi ce le aveva non ha voluto - o era stato invitato a non farlo - mettere in imbarazzo chi era più povero. Bello, no?

Poi finita la messa, siamo stati invitati al pranzo dal nostr amico. Non ha certo avuto il problema di trovare un posto abbastanza grande per tutti gli invitati, e quello peggiore di dover fare i tavoli (vero sposi?), perchè ci ha fatto entrare a casa sua, grande come le nostre cucine, una decina, gli altri erano in casa di un altr parente, seduti praticamnte per terra, mangiando un menù che non aveva bisogno della carta per sapersi regolare e non eccedere all'inizio come si usa spesso da noi, perchè la portata era unica e bevande. Nella casa di fianco, erano già partite le musiche.

Purtroppo noi nel pomeriggio (ah, dimenticavo, il matrimonio è finito verso le 13.30 passate) siamo dovuti partire presto, perchè la strada era veramente brutta avendo piovuto parecchio (su quella strada potrei scrivere la prossima lettera mensile, anzi due lettere...), ma la festa dura due giorni.

Bè, veramente bello nella loro semplicità.

Ho scritto volentieri queste cose non certo per dirvi come dovreste celebrare lì da voi. Abbiamo culture e tradizioni troppo diverse. E non è che una sia meglio dell'altra. Io vi ho presentato gli aspetti che mi hanno positivamente colpito, però sono ben conscio che ci siano anche là tanti altri aspetti, a me ancora ignoti, che andrebbero corretti.

Però quanlche riflessione mi è venuta. E la condivido con voi, sempre per sentire anche un vostro parere, che mi aiuta sempre ad andare in profondità in quello che vivo qui.

Anzitutto, la celebrazione del matrimonio comunitario, sia nel numero che nella partecipazione, penso dovrebbe aiutarci a relativizzare tante cose che per "quel giorno" ci sembrano indispensabili (la chiesa, i fiori, il prete, il vestito, la macchina...). Qui più che agli sposi bisognerebbe parlare ai genitori degli stessi, che a volte complicano la vita ai figli.

Poi la dimensione della festa: mi è sembrato proprio che, per la partecipazione attiva della gente, i balli i canti e le risate, la festa, la gioia e il divertimento siano stato proprio nella celebrazione e non solo "dopo" di essa. Questo più che per gli sposi è per i loro amici: nei giorni o mesi prima del matrimonio si pensano ai regali, agli scherzi, ai giochi da fare al ristorante. Bene, ci siamo davvero divertiti in tanti così, sia nel prepararli che nell'assistervi quando non li avevamo preparati noi. Mi chiedo se lo stesso tempo e la stessa fantasia ed energie ce le mettiamo nel preparare e celebrare il rito. A voi sposi dico: coinvolgete i vostri amici nella celebrazione e nella sua preparazione.

Il pranzo poi: tutti ormai diciamo che non se ne può più di quei pranzi con 18.000 portate che devi stare seduto quattro ore e non ti passa più, magari se sei nel tavolo con gente un po' così così... Eppure in tanti continuiamo a farlo. Liberiamoci da certi timori, semplifichiamoci la vita e semplifichiamola agli altri. Ce ne saremo grati a vicenda, credetemi!

Ultima cosa, ma direi che è superfluo dirlo: alla fine nessuno ha gettato del riso.

Prima di salutarvi voglio fare ancora un saluto speciale a tutti gli amici e parenti sposi o prossimi al passo. E anche a tutti gli amici e amiche che ci stanno pensando. Celebrando là vi ho pensato e con tutto l'affetto che ho per voi ho pregato che il vostro cammino sia semplice e ricco delle cose importanti, che danno la vera gioia. A voi mando il mio abbraccio e bacio di pace, che il Singore vi benedica e vi accompagni. E siccome un matrimonio non è un fatto solo della coppia ma anche delle famiglie e dei parenti, ho esteso la mia lettera a tutti voi.

Allora, viva gli sposi, e vivano insieme ai loro cari. Alla prossima.

Festa nella celebrazione


27 settembre 2007

E' arrivato l'ottavo mese dal mio arrivo qui, e me ne accorgo perchè per due mesi ho saltato l'appuntamento con voi tramite la lettera. Mi spiace. In più di un'occasione mi è venuta voglia di scrivervi, di raccontarvi qualcosa, soprattutto riflessioni, ma poi quando si trattava di mettere "in opera" la buona intenzione, saltavano fuori mille altre cose o un po' di pigrizia e si rimandava. So che sapete bene di cosa parlo. Non lo dico per cercare giustificazioni o complicità, ma perchè insieme possiamo darci una mano a "reagire" in questi momenti, perchè ciò che ci fa reagire non è il dovere ma l'affetto. 

Di questo periodo vorrei solo raccontarvi un episodio che mi ha colpito molto. Vi parlerò di Nicolà, un bimbo di otto anni. Ero stato in un villaggio per fare due favori, un po' ero pentito di essere andato, perchè togliendo le ore di sonno sono stato più in macchina che nel villaggio. Ma alla fine ne è valsa la pena. Quando è stata ora di rientrare a casa, ci hanno chiesto di accompagnare all'ospedale un ragazzino di otto anni, Nicolà appunto, perchè di era ustionato le gambe. Soffre di epilessia, e si trovava in casa da solo. La crisi, con le sue convulsioni, ha fatto sì che si ritrovasse privo di conoscenza con le gambe in mezzo al fuoco, su cui si stava preparando il pranzo. Ci dissero che era successo da qualche giorno, per cui non pensavo fosse una cosa grave. Quando siamo partiti, oltre alle tre persone che ero andato a prendere al villaggio per riportale a casa, nella macchina già non grossissima, si sono aggiunti il bimbo, sua mamma, e il fratellino piccolo, perchè ancora in allattamento. La mamma si è seduta davanti con in braccio il bimbo malato, cercando di tenergli le gambe sollevate, il fratellino più piccolo è stato preso in braccio da una ragazza nei posti di dietro. Ricordo che appena entrati in macchina, sentendo un po' di puzza, mi è venuto da pensare che "potevano anche darsi una lavata prima di andare in ospedale"... In più il piccolino ha cominciato a piangere e urlare, abbiamo provato a cantare, a dargli da mangiare, ma non c'era verso. La strada, che già di per sè era una "sofferenza" (non solo per la macchina), con in più quell'odore che mi dava proprio fastidio, il pianto del piccolo che innervosiva, insomma ero proprio affaticato e teso. 
Non trovando una soluzione per il pianto del piccolo, a un certo punto ci siamo fermati e la mamma ha preso in braccio anche lui e ha cominciato ad allatarlo. Siamo arrivati all'ospedale così, io con difianco lei e i due bimbi. E' stao in quel momento di sosta, mentre aiutavo la mamma a prendere in braccio il piccolo, che ho avvicinato le gambe di Nicolà. Solo allora mi sono reso conto, vedendo le gambe scoperte da lenzuolo che le copriva di quanto fosse grave. L'ustione era già di 5 o 6 giorni, il fuoco gli aveva consumato nove dita su dieci, ormai fino alle ginocchia era senza pelle o con croste. In un punto del piede potevo vedere un ossicino scoperto. Vedendo le gambe del bimbo ho capito che quell'odore non era la poca igiene ma la carne cotta e le ferite vive. Come facciamo presto a dare giudizi, senza conoscere cosa si cela davvero sotto un lenzuolo. Quanti lenzuoli abbiamo tante volte davanti ai nostri occhi, alla nostra mente, eppure continuiamo a giudicare. 
E vedendo quella mamma che aveva due bimbi addosso, che a uno reggeva le gambe, all'altro offriva il seno, a entrambi cercava di fare un po' di coraggio, mi sono accorto di come l'unico che non poteva lamentarsi del viaggio ero io. In più ricordo che Nicolà, che vede avere fatto un viaggio dolorosissimo, solo qualche volta mi ha detto soltanto: "mompera, vai piano". A volte, quando riuscivamo a dirci qualcosa, arrivava anche a sorridere. Addirittura cercava di fare ridere il fratellino. 

Arrivato all'ospedale, dopo le prime visite è stato ricoverato in chirurgia. I dottori ci hanno fatto capire subito che non c'erano molte speranze di salvare i piedi. Ad ogni modo, abbiamo cercato di portare alla mamma un po' tutto quello che poteva servirle. Le lenzuola, il mangiare per la sera e la colazione del giorno dopo, e l'abbiamo accompagnata a prendere le medicine per iniziare la cura. Su come funziona un ospedale malgascio si potrebbe scrivere un altro articolo. Ma non è il momento. 

Mentre scrivo Nicolà è già stato operato. Gli hanno tagliato entrambi i piedi fino al ginocchio. Se non l'avessero fatto sarebbe già morto per le infezioni. Al momento ha la febbre, per cui non è ancora sicuro di sopravvivere. Se ce la farà dovrà mettere le protesi, e dovrebbe, essendo ancora giovane, riuscire a camminare ancora, a fare una vita normale... 
In questi giorni qualcuno ci ha detto (a me e a quelli che erano con me), che gli abbiamo salvato al vita. Qualcuno al contrario, ha detto che forse sarebbe stato meno doloroso se fosse morto prima, anche pensando a tutto quello che dovrà affrontare (oltre alle cure, le riabilitazioni, c'è anche la lontananza dalla famiglia, dal villaggio, dagli amici, dalla sua storia...). 

Mentre pensavo a queste cose, pur essendo convinto che la vita è il valore che va slavaguardato sempre, e che è meglio che sia vivo, anche se sarà dura, mi convinco che non erano queste le domande giuste. Andando a trovare Nicolà nei giorni seguenti, la mamma, e i vicini di letto, mi accorgevo che lui non cercava tanto un medico, un guaritore - certo, anche loro, per carità - ma un amico, un fratello, qualcuno a cui poter stringere la mano, qualcuno che ti faccia sorridere, qualcuno a cui poter rivolgere il proprio lamento e la propria preoccupazione. Allora non si tratta prima di tutto di operare, fare protesi, riabilitare, ... la questione non è vivere sì o vivere no, ma è che vita ti aiuto a condurre. Io potrei anche considermi a posto: l'ho portato in ospedale, l'ho salvato, l'ho affidato a chi può curarlo, ho pagato e pagherò le cure necessarie. Ma non è così, non basta, non è lo stile di Gesù. Lui è il buon samaritano che dopo aver fatto tutto questo dice all'albergatore: ripasserò, tornerò. E così deve essere con Nicolà, bisogna tornarci. E così deve essere con chiunque. 

E come il buon samaritano si è fermato e si è chinato a curare l'uomo incappato nei briganti, così io ho capito cos'era quell'odore solo dopo che ci siamo fermati e mi sono chinato a sostenere le gambe di Nicolà mentre la mamma si aggiustava al seno il fratellino. E' solo la carità, il chinarsi ai piedi dei fratelli per servirli, che ti permette di giudicare bene, e non fermarti a giudizi "da sopra il lenzuolo" che fanno solo male, agli altri e a te. 

Tornare, cioè creare relazione. Quello che la nostra sanità sta perdendo. Creare relazione cioè non fermarsi a una parte del corpo - nel nostro caso i suoi piedi - ma prendersi cura del tutto. Perchè noi uomini e donne siamo fatti così: un tutto formato da varie parti, e se ne soffre una, soffre il tutto. Allora per curarti i piedi il chirurgo si occuperà dei tessuti, l'infermiere delle pomate,... uno si occuperà del tuo stomaco portandoti il cibo, ma tutti ci dobbiamo preoccupare del tuo cuore, del tuo sorriso. Vedere un sofferente, un povero, un ultimo che sorride è la cosa più bella che ti possa capitare, mi commuove ancora in pensiero. Ho davanti ai miei occhi il sorriso di Nicolà, sia in macchina che all'ospedale, che nonstante la sofferenza sapeva scherzare e gioire. Penso sia una grazia che il Signore mi ha fatto vedere, che ci offre se non ci chiudiamo a "sopra il lenzuolo". 

Penso che noi missionari, religiosi e laici, siamo qui per questo: un po' per aiutare la sanità (e tutte le varie istituzioni a funzionare bene, per servire al meglio l'uomo) ma soprattutto per "far sorridere" gli uomini, donare loro pace e speranza, cioè vita vera, piena. E penso che ognuno di noi allora possa essere missionario ovunque si trova. 

Forse dovremmo chiederci come le nostre attività servono le persone a noi affidate. Forse delle volte ci fermiamo davvero solo a delle parti del corpo, senza occuparci dell'uomo tutto. Ma questo tipo di servizio non basta: non rende felici le persone che lo ricevono e non rendono felici noi che lo facciamo.


27 dicembre 2007

Natale 2007

FIRY VOLANA IZAY

Firy volana izay? Perché non so più da quanto non scrivo, però in vista del Natale volevo farvi avere i miei auguri, e allora vi racconto uno degli ultimi miei viaggi in visita a una comunità, perché mi ha stimolato alcune riflessioni, che sperino aiutino un po' anche voi a prepararci al Natale ormai vicino.

Sono andato ad Ampasimanjeva a visitare la comunità. Avevo deciso di non prendere la macchina ma di andare in taxi-brousse, un po' per timore della strada (se piove diventa spesso impraticabile), un po' perché a forza di andare su quelle strade l'auto si rovina, un po' anche per viaggiare con la gente (infatti sarei andato da solo). Così sono partito da Ambositra al mattino in macchina per Fianara e là ho lasciato la macchina nel cortile della Casa della Carità. Con me c'era poi una signora che sta vivendo un periodo qui in Madagascar presso le Case della Carità ed è venuta per visitare la comunità di Ampasimanjeva. Alla sera prendiamo il taxi-brousse (che parte con due ore buone di ritardo, ma era anche prevedibile), e scendiamo alle 3 e mezzo del mattino all'incrocio di Analavory, perché il taxi prosegue per Manakara. E' notte, e aspettiamo il sorgere del sole per fare gli ultimi 12 km, che ci si veda almeno un po'. Dormiamo al mercato, sui banconi dove di giorno venderanno frutta e verdura. Con noi ci sono altri due signori, che probabilmente dormono lì tutte le notti. Per fortuna fa fresco e si sta bene, e per fortuna la signora che è con me ha portato spray e creme anti zanzare.

Alle 5 siamo svegli, perché la vita della gente è già cominciata, mangiamo quello che le suore di Fianara ci avevano preparato per il viaggio, e iniziamo il cammino verso Ampa. Per fortuna è un po' nuvolo e così il sole non picchia, perché appena si alza, inizia già a farsi sentire. Sono due ore e mezzo o tre di cammino, con due soste, per mangiare i letchys o bere acqua. La terra rossa si attacca ai nostri piedi e le magliette alla pelle, ma il paesaggio è bello, verde, vivo. Purtroppo qui non piove da parecchio, ed è un grosso problema per la campagna e il raccolto. Dire una preghiera per la gente in questo senso. Durante il cammino ci salutano in tanti, e fa piacere. Si avvicina poi un giovane che fa la nostra stessa strada e desidera chiacchierare, anche per far sfoggio del suo francese, ma il fiato che ho mi serve tutto per muovere le gambe, e non riesco a essere disponibile. A un certo punto invento con una scusa che mi devo fermare per lasciarlo proseguire.

Siamo arrivati dopo tre ore, abbiamo salutato, bevuto, fatto un po' colazione, e una doccia, poi sono andato a riposare. Ci siamo fermati quattro giorni là, poi il mercoledì siamo ripartiti. Per nostra fortuna una volontaria di Ampa era dovuta andare a Manakara per motivi di lavoro al martedì, e così ci ha prenotato un biglietto sul taxi-brousse che passerà ad Analavory.

Una macchina dell'ospedale ci accompagna all'incrocio, e così i primi 12 km li abbiamo sistemati. Con noi ci sono anche una signore dell'ospedale con il suo bimbo di un anno, e una ragazza (che non ho capito che parentela avesse con lei). Anche loro devono andare ad Ambositra.

Arriviamo puntuali ad Analavory, alle dieci meno 5, anzi quasi preoccupato io che il taxi fosse già passato. Invece no, e anzi si farà attendere parecchio, arriverà alle 12. Le due signore salite con noi non hanno prenotazioni, e come loro ci sono altre 7 o 8 persone che aspettano il taxi per salire a Fianara, alcune non so da quanto tempo aspettano lì.

Dopo 5 minuti che eravamo arrivati passa un gippone, con dentro T., uno svizzero (o tedesco, boh?) che lavora a Tanà, e che avevo conosciuto al matrimonio di un volontario RTM in settembre. Si ferma, ci salutiamo, e mi offre un passaggio. Aveva la macchina vuota. Sarà che è stato tutto così veloce, ma ho detto che avevo già la prenotazione sul taxi-brousse, "comunque grazie, sarà per la prossima volta". E così riparte, un po' stupito.

Appena è partito e mi sono seduto, ho pensato che avevo avuto una grossa fortuna a trovare subito un passaggio, e con un mezzo molto migliore (più sicuro, più veloce, più comodo...). Tutte le persone intorno a me che hanno capito cosa era successo, avranno pensato che ero un po' un coglione a non approfittare dell'occasione. Io poi ho pensato però, e mi è dispiaciuto, non avergli chiesto un passaggio per le due signore e il bimbo che erano arrivate con me da Ampa. In fondo, mi dicevo, io ho la prenotazione, ma loro no. E magari dovranno aspettare parecchio prima che passi un taxi con il posto per loro, visto anche le altre persone che attendono... Mi è dispiaciuto, ma loro le ho sempre viste tranquille, non preoccupate. Fortunatamente per me, quando è finalmente arrivato il taxi (che porta 14 persone) oltre ai miei due posti ce ne erano anche altri, e sono riuscite a salire tutte le persone che aspettavano. Anche perché, su un pullmino che porta 14 persone, saremo stati in 16, senza contare l'autista, i bimbi e le galline! Ero stretto però contento, perché non so se avrei avuto la forza e la fede di cedere i miei posti alle due signore, come mi sembrava bello fare.

Insomma il viaggio è stato un po' una disgrazia: 7 ore per fare un tragitto che ce ne vuole la metà, in certi momenti, nei nostri tre posti, siamo stati seduti anche in cinque o sei, abbiamo bucato, spinto il taxi... Se fossi salito con T. avrei fatto molto prima, se avessi preso la mia macchina, non avrei avuto problemi (almeno in teoria, vero don Luigi?).

Eppure sono contento di avere viaggiato così. Perché quel viaggio, quell'attesa mi ha dato l'occasione per riflettere.

Riflettere su come chi ha le possibilità, riesce sempre se vuole a saltarci fuori, trova la soluzione quando è nei problemi... Ho trovato la macchina che ci ha portato ad Analavory, e tanti se la sono fatta a piedi. Ho trovato chi mi facesse la prenotazione il giorno prima e tanti non trovano nemmeno un posto. Ho trovato l'amico con il macchinone e tanti non trovano neanche un taxi-brousse. E' così, in questo mondo chi ha, ha ancora di più, chi ha dei mezzi "progredisce", chi non li ha aspetta... E così anche in Italia e in tutto il mondo chi stava bene sta meglio, chi faticava è ancora più in difficoltà, in questa forbice che cresce e divide sempre di più.

E la cosa non è sbagliata di per sé: è giusto che sia premiato chi merita (nel lavoro, nella scuola, nello sport...), è inevitabile che chi ha conoscenze, competenza, possibilità trovi strade aperte...

(a parte che non sia frutto di ingiustizie, corruzione, o favoreggiamenti).

Eppure pensavo che il Natale ci insegna una logica diversa. Una logica in cui io avrei dovuto far salira sulla macchina del mio amico la signora col bimbo, perché non poteva dormire fuori o stare troppo in viaggio alla sua tenera età, che avrei dovuto dare la mie riservazioni ad altre due signore un po' attempate, e io avrei potuto aspettare, perché some era passato un amico con il macchinone così Dio ne avrebbe fatto passare un altro. O avrei trovato un posto nel taxi seguente...

E' la logica di chi mette al primo posto il debole, l'ultimo di turno, quello che sta peggio, e lo metti al centro, e lo servi maggiormente degli altri, perché lui ha meno possibilità. E' la logica di Gesù, del Padre suo che è nei cieli, e dello Spirito che ci ha dato in dono. E' la logica del Natale, di colui che da grande che era si è fatto piccolo, si è messo all'ultimo posto, ha preso l'ultimo taxi-brousse disponibile. Certo che è una logica destabilizzante, che ti rompe i programmi, che fa anche tribolare, ma so che dà una grande gioia.

Se una società, una collettività, mettesse davvero al centro dell'attenzione e delle premure i più deboli, le nostre città diventerebbero dei paradisi! Provate a pensarci un po' e mi darete ragione. E di sicuro per noi che stiamo bene sarebbe un po' una rottura subito, ma poi ci riempirebbe di una gioia enorme, inaspettata, cento volte di più di quello che desideriamo.

Credo che anche civilmente e politicamente parlando il Natale offra dunque un progetto molto bello e molto concreto. Molto realizzabile, non un'utopia per pochi sognatori che hanno tempo perché aspettano un taxi passare. Per cui non solo è legittimo, ma è anche intelligente e lungimirante chiedere a una organizzazione civile, giuridica, di ispirarsi a criteri umani che trovano nel vangelo il loro terreno di cultura. Ma so anche che a nessuna legislazione potremo mai chiedere di imporre queste cose, perché è solo l'amore che ci potrà condurre a quel paradiso di cui parlavamo prima. L'amore ha delle leggi (chi afferma il contrario mente, ricordatevelo bene soprattutto voi giovani), ma non è una legge. Il Natale ci insegna ad amare, non delle leggi (anche religiose). Amare ci insegna però a "legiferare" (anche civilmente).

Vi auguro un Natale molto concreto, molto "civile", cioè vissuto nelle cose quotidiane che ogni uomo e ogni donna affrontano, un natale "sociale", cioè non chiuso nella ristretta cerchia del proprio cuore o dei propri affetti caldi, ma capaci di abbracciare tutti i fratelli, specialmente gli ultimi e quelli più "sfigati", in tutti i sensi e in tutti i modi.

Vi auguro di avere vicino a voi degli ultimi, per imparare da loro a mettersi all'ultimo posto, per far avanzare gli altri. Anzi, al penultimo, perché all'ultimo ci si è già messo Gesù, per fare avanzare tutti noi nella gioia e nella pace della comunione. In fondo è questo l'augurio più importante, la cosa da scoprire e custodire nel nostro cuore come Maria: che Gesù ci è a fianco, è con noi, l'Emmanuelle, fino alla fine dei giorni.

Io so, in questo Natale, che Gesù sarebbe rimasto con me alla fermata del taxi-brousse ad aspettare il mio turno, cioè il penultimo. E lo ringrazio. E gli chiedo per me e per voi di avere la forza e il coraggio (e a volte la follia) del vivere la sua logica.

Buon Natale, a voi insieme alle vostre famiglie. Portate il mio saluto a tutti coloro che non possono ricevere questa mail, specialmente i più vecchi, soli, malati, e "sfigati", quelli per cui il Natale non è più uno dei giorni più belli dell'anno. Grazie ancora,

don Giovanni