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Diocesi di Piacenza-Bobbio Servizio
Documentazione L’intervento del
Vescovo II motivo per cui non riusciamo ad
accettare i Pacs (Patto
civile di solidarietà)
come nuova figura giuridica non è etico, ma politico. 9 Febbraio 2007 Pubblicato
anche dal quotidiano
piacentino "Libertà" con la seguente nota: "L'intervento del
vescovo
Luciano Monari
è stato scritto prima della approvazione, in consiglio dai ministri, dei
disegno di legge sulle
coppie di fatto.
Mons. Luciano
Monari, Vescovo, Diocesi Piacenza-Bobbio -
Vice presidente CEI |
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Il motivo per cui non riusciamo ad accettare i Pacs (Patto civile
di solidarietà) come nuova figura giuridica non è etico, ma politico. Non diciamo: le
convivenze sono contro la morale cattolica e quindi siamo contrari a riconoscerle giuridicamente. Diciamo invece: le convivenze sono rischiose per il bene della società e per questo siamo contrari a una loro legalizzazione. Perché
riteniamo che un riconoscimento giuridico delle convivenze sia contrario al
bene della società italiana? Perché un tale riconoscimento diminuisce deforma la posizione della famiglia nel sistema sociale.
Il ragionamento procede
in questo modo: la famiglia svolge una funzione preziosa e
delicata nella costruzione del benessere della società. Qualsiasi scelta che
indebolisca questa funzione è pericolosa e va soppesata con attenzione. Ora,
la scelta di legalizzare le
unioni di fatto colloca la famiglia in una
condizione di oggettiva debolezza. Attenti, quindi, c'è il rischio di tagliare
il ramo su cui siamo seduti. Vediamo se il ragionamento fila. La famiglia risponde,
nella nostra società,
a una funzione primaria: quella della procreazione, del mantenimento e della fondamentale educazione dei figli. Naturalmente, la famiglia svolge anche altre funzioni a livello affettivo,
culturale o economico; ma questa (quella della generazione e dell'educazione dei figli) è
una funzione squisitamente sociale che la famiglia svolge; dal modo in cui questa funzione viene svolta dipende in gran parte il benessere della società e il suo stesso futuro. Chi si sposa assume dei doveri e delle responsabilità che non sono affatto leggeri ma che permettono alla famiglia di svolgere il suo compito nella società. Questo
è il motivo per cui la Legge chiede una certa stabilità della famiglia:
riconosce il divorzio, certo, ma lo ratifica solo dopo la
verifica di alcune condizioni poste dal legislatore. Lo stato cerca di
rendere stabile la famiglia non per motivi etici ma perché riconosce che il suo benessere dipende (anche) dal buon funzionamento dell'istituto familiare. Già ora la famiglia è
evidentemente in crisi e questa crisi è pagata a caro prezzo dalla società. Se i figli crescono più insicuri e aggressivi è perché non hanno alle spalle la sicurezza affettiva e sociale della loro famiglia. Il disagio è notevole: anzitutto per loro, i figli, ma anche per la società nel suo complesso. Non è mai stato facile,
nel mondo moderno, superare la crisi dell'adolescenza, imparare ad accettare se stessi, entrare in
rapporto fiducioso
e leale, di collaborazione con gli altri. Ma questo passaggio diventa ancora più difficile se un ragazzo non si sente sicuro affettivamente: se teme che i suoi genitori si possano dividere, se immagina di dover fare la spola tra un genitore e l'altro, se non sa quale atteggiamento tenere nei confronti di ciascuno e non è sicuro dell'atteggiamento dei genitori nei suoi confronti. È un prezzo altissimo che i giovani sono costretti a pagare. Non è
certamente estraneo a questa situazione il fatto che
i giovani - ci dicono
- vedono il futuro più con timore che con speranza.
E non è solo per la precarietà del lavoro; ma è per la precarietà
affettiva che non da
loro che poche, incerte speranze di essere veramente accettati e amati per
sempre. La sofferenza che si paga per questa situazione è anzitutto
personale, ma è anche sociale perché questa insicurezza genera
paura e sospetto, quindi diffidenza e aggressività; rende i rapporti con gli altri problematici, non sereni;
rischia di far percepire la presenza degli altri come un pericolo anziché come una ricchezza. Ora,
se si delinea una figura giuridica dei Pacs, inevitabilmente si lede la posizione che la famiglia ha
oggi nel sistema giuridico italiano. Famiglia e Pacs sono
alternativi (o... o...) e questa alternativa viene proposta ai giovani. Più o meno così: "Hai davanti a tè lavila: scegli liberamente se
vuoi impegnarti nel vincolo familiare o se vuoi unirti senza impegno col tuo partner; per
me, la società, questa scelta è indifferente; ti tratterò nello stesso modo qualunque strada tu preferisca".
Una simile alternativa è socialmente distruttiva perché contiene surrettiziamente un ragionamento del tipo: "Se non
sei sciocco, scegli i Pacs: avrai le stesse garanzie detta famiglia e non dovrai subirne i vincoli". Se la
società considera la famiglia un bene per la società (e cioè concretamente un
"meglio") deve evidentemente favorirla; se non la favorisce, deve
sapere che ne pagherà il prezzo. È un prezzo il cui pagamento sembra lontano nel tempo, e soprattutto è
un prezzo che pagheranno gli altri (i figli e i figli dei figli); perciò appare preferibile, dal punto di vista personale,
scegliere in questa dirczione. Ma non possiamo illuderci che questo possa avvenire senza delle
conseguenze sociali, cioè senza delle reali sofferenze. Una
delle leggi dell'economia dice che "la moneta peggiore caccia la
migliore"; non so se esista una analoga legge della sociologia per cui l'istituzione più facile
(i Pacs) caccerebbe quella più difficile (la famiglia). Ma sembra logico e, in ogni modo, non
vorrei dover verificare il funzionamento di questa legge. Obiezione, di fatto esistono numerose convivenze e non si
può fare a meno di prenderne atto. Queste convivenze non sono famiglie ma svolgono pure alcune
funzioni sociali (sostegno reciproco, integrazione affettiva, a volte anche la procreazione). Dobbiamo fare fìnta di
niente? O il bene della società suggerisce che anche a queste unioni vengano garantite alcune
protezioni sociali? Se il problema è quello di offrire certe garanzie anche a
chi non se la sente di costituire una famiglia, la strada esiste ed è quella del diritto della persona.
Si possono fare leggi che garantiscano alle persone questo o quel diritto che si ritiene necessario (o utile) per
loro. Per esempio: ai genitori non sposati si riconoscono diritti- doveri analoghi a quelli che hanno i genitori sposati; o casi simili.
Ma costituire per questo una nuova figura giuridica (unione libera di adulti) non è
necessario. Se lo si ritiene necessario non è per garantire certi diritti (che possono essere garantiti altrimenti) ma proprio
perché si vuole collocare accanto alla famiglia una figura giuridica alternativa. Certo,
è possibile scegliere qualsiasi alternativa. Ma essendo ben consapevoli degli effetti
che le nostre scelte hanno, sarebbe stupido pensare che una
scelta, quale che sia, non abbia conseguenze. E a me sembra evidente che una diminuzione del primato della
famiglia porterebbe (forse) a un accentuarsi del problema demografico, ma (certo) a un aggravarsi della crisi educativa
delle nuove generazioni. Rischiamo di essere una società ipocrita, che si scandalizza per gli effetti
delle sue scelte ma non vuote confessare di avere provocato essa stessa questi effetti e non accetta di mettere
in discussione le sue scelte. Un proverbio vecchio insegnava che "non si può volere la botte
piena e la moglie ubriaca". Traduzione: non si può volere una vita
personale libera da ogni vincolo e nello stesso tempo sperare
che la società sia ordinata e solidale; non si può volere la sicurezza che viene dal senso di responsabilità di
ciascuno e nello stesso tempo pretendere la licenza che viene dal non volere vincolo alcuno.
Mons. Luciano
Monari, Vescovo di Piacenza-Bobbio |