La impiccagione di Saddam Hussein solleva di nuovo il dibattito sulla pena di morte. Ne parliamo, avendo presente che a Milano Mussolini e altri fascisti furono impiccati senza un vero processo. Crediamo l’occasione suggerisca una riflessione etica sulla pena di morte.

Nell'Antico Testamento la pena di morte appare come un'istituzione etico-giuridica evidente. Essa viene inflitta con una certa frequenza, in particolare essa viene enunciata per l'omicidio intenzionale, per l'idolatria e la bestemmia, per casi gravi di inosservanza del sabato e per i casi più qualificati di adulterio e di perversioni sessuali.

La pena di morte nell'AT è collegata ad una particolare situazione socio-religiosa. Il tardo giudaismo manifesta, rispetto all'epoca dei profeti, una maggiore reticenza nell'applicazione della pena capitale.

 Quanto al Nuovo Testamento soltanto il passo della lettera di S. Paolo ai Romani cap. 13,4 è stato interpretato in passato come una legittimazione della pena di morte. Ivi l’apostolo ammonisce: l'autorità "è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai male, allora temi, perché non invano essa porta la spada". In realtà quel passo, più che legittimare direttamente la pena di morte, intende ricordare a cristiani esaltati che anche per loro permane l'obbligo di inserirsi nelle vicende storiche e nelle strutture politiche.

 Il NT non conosce testi che legittimano direttamente la pena capitale. Al contrario il messaggio evangelico abolisce la legge del taglione, secondo la quale chi aveva provocato la morte doveva essere messo a morte.

Gesù si oppone alla lapidazione della donna adultera. Col suo silenzio mostra chiaramente che non è d'accordo con coloro che vogliono lapidare la donna. Questo il motivo: solo chi è senza peccato può scagliare pietre contro la donna adultera. In tal modo Gesù afferma che ha diritto di infliggere la pena di morte solo quell'uomo o quella società che è senza peccato.

In conclusione si può dire che nel messaggio evangelico il problema non si pone nei termini attuali, tuttavia nel complesso vi si può cogliere il rifiuto della pena di morte.

 Nei primi tre secoli si sono levate voci contro il servizio militare e anche contro la condanna a morte. Dall’epoca di Costantino le posizioni cambiarono. Però S. Ambrogio, pur non condannando, lodava coloro che, avendo eseguito una sentenza capitale si astenevano dalla Comunione eucaristica.

Progressivamente si elaborò la dottrina che legittimava la pena di morte come estremo rimedio a difesa del bene comune. Il Concilio Vaticano II non si è pronunciato sulla questione di principio. Ma subito dopo diversi sono stati gli interventi di Paolo VI e dei successori, come pure degli episcopati, contro le sentenze di morte e le esecuzioni.

 Il Catechismo della Chiesa Cattolica, citando la enciclica "Evangelium vitae" del 1995 così si esprime: "L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita degli esseri umani. "Se, invece, i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall'aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l'autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità umana. "Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l'ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta soppressione del reo 'sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti' (n. 2267).

 Non ci si poteva attendere la sconfessione di un insegnamento secolare. E’ però interessante notare che la uccisione del criminale nei casi estremi non viene giustificata come pena per i crimini commessi, ma come legittima difesa da ulteriori aggressioni, e quindi per rendere inoffensivo il criminale. In questa linea si rileva che una società organizzata oggi è in grado di difendersi da un criminale con un adeguato sistema carcerario, senza ricorrere alla pena di morte.

 In passato in una società nomade, o sprovvista di sistemi carcerari sicuri, un assassino recidivo poteva costituire un pericolo persistente per la società. Qualcuno potrebbe ipotizzare anche in una società organizzata il caso di un terrorista che dal carcere continua a dirigere e a far eseguire atti di terrorismo.

 E Saddam non poteva essere reso innocuo? In realtà, condannandolo a vivere, sarebbe stato inviato un messaggio positivo ad un Paese in preda alla follia della vendetta ad ogni costo. Non è forse più dura e più esemplare la condanna a vivere? (dal sito web della Diocesi di Reggio)