VALO VOLANA IZAY lettera di don Giovanni Ruozi dal Madagascar


E' arrivato l'ottavo mese dal mio arrivo qui, e me ne accorgo perchè per due mesi ho saltato l'appuntamento con voi tramite la lettera. Mi spiace. In più di un'occasione mi è venuta voglia di scrivervi, di raccontarvi qualcosa, soprattutto riflessioni, ma poi quando si trattava di mettere "in opera" la buona intenzione, saltavano fuori mille altre cose o un po' di pigrizia e si rimandava. So che sapete bene di cosa parlo. Non lo dico per cercare giustificazioni o complicità, ma perchè insieme possiamo darci una mano a "reagire" in questi momenti, perchè ciò che ci fa reagire non è il dovere ma l'affetto.


Di questo periodo vorrei solo raccontarvi un episodio che mi ha colpito molto. Vi parlerò di Nicolà, un bimbo di otto anni. Ero stato in un villaggio per fare due favori, un po' ero pentito di essere andato, perchè togliendo le ore di sonno sono stato più in macchina che nel villaggio. Ma alla fine ne è valsa la pena. Quando è stata ora di rientrare a casa, ci hanno chiesto di accompagnare all'ospedale un ragazzino di otto anni, Nicolà appunto, perchè di era ustionato le gambe. Soffre di epilessia, e si trovava in casa da solo. La crisi, con le sue convulsioni, ha fatto sì che si ritrovasse privo di conoscenza con le gambe in mezzo al fuoco, su cui si stava preparando il pranzo. Ci dissero che era successo da qualche giorno, per cui non pensavo fosse una cosa grave. Quando siamo partiti, oltre alle tre persone che ero andato a prendere al villaggio per riportale a casa, nella macchina già non grossissima, si sono aggiunti il bimbo, sua mamma, e il fratellino piccolo, perchè ancora in allattamento. La mamma si è seduta davanti con in braccio il bimbo malato, cercando di tenergli le gambe sollevate, il fratellino più piccolo è stato preso in braccio da una ragazza nei posti di dietro. Ricordo che appena entrati in macchina, sentendo un po' di puzza, mi è venuto da pensare che "potevano anche darsi una lavata prima di andare in ospedale"... In più il piccolino ha cominciato a piangere e urlare, abbiamo provato a cantare, a dargli da mangiare, ma non c'era verso. La strada, che già di per sè era una "sofferenza" (non solo per la macchina), con in più quell'odore che mi dava proprio fastidio, il pianto del piccolo che innervosiva, insomma ero proprio affaticato e teso.
Non trovando una soluzione per il pianto del piccolo, a un certo punto ci siamo fermati e la mamma ha preso in braccio anche lui e ha cominciato ad allatarlo. Siamo arrivati all'ospedale così, io con difianco lei e i due bimbi. E' stao in quel momento di sosta, mentre aiutavo la mamma a prendere in braccio il piccolo, che ho avvicinato le gambe di Nicolà. Solo allora mi sono reso conto, vedendo le gambe scoperte da lenzuolo che le copriva di quanto fosse grave. L'ustione era già di 5 o 6 giorni, il fuoco gli aveva consumato nove dita su dieci, ormai fino alle ginocchia era senza pelle o con croste. In un punto del piede potevo vedere un ossicino scoperto. Vedendo le gambe del bimbo ho capito che quell'odore non era la poca igiene ma la carne cotta e le ferite vive. Come facciamo presto a dare giudizi, senza conoscere cosa si cela davvero sotto un lenzuolo. Quanti lenzuoli abbiamo tante volte davanti ai nostri occhi, alla nostra mente, eppure continuiamo a giudicare.
E vedendo quella mamma che aveva due bimbi addosso, che a uno reggeva le gambe, all'altro offriva il seno, a entrambi cercava di fare un po' di coraggio, mi sono accorto di come l'unico che non poteva lamentarsi del viaggio ero io. In più ricordo che Nicolà, che vede avere fatto un viaggio dolorosissimo, solo qualche volta mi ha detto soltanto: "mompera, vai piano". A volte, quando riuscivamo a dirci qualcosa, arrivava anche a sorridere. Addirittura cercava di fare ridere il fratellino.


Arrivato all'ospedale, dopo le prime visite è stato ricoverato in chirurgia. I dottori ci hanno fatto capire subito che non c'erano molte speranze di salvare i piedi. Ad ogni modo, abbiamo cercato di portare alla mamma un po' tutto quello che poteva servirle. Le lenzuola, il mangiare per la sera e la colazione del giorno dopo, e l'abbiamo accompagnata a prendere le medicine per iniziare la cura. Su come funziona un ospedale malgascio si potrebbe scrivere un altro articolo. Ma non è il momento.


Mentre scrivo Nicolà è già stato operato. Gli hanno tagliato entrambi i piedi fino al ginocchio. Se non l'avessero fatto sarebbe già morto per le infezioni. Al momento ha la febbre, per cui non è ancora sicuro di sopravvivere. Se ce la farà dovrà mettere le protesi, e dovrebbe, essendo ancora giovane, riuscire a camminare ancora, a fare una vita normale...
In questi giorni qualcuno ci ha detto (a me e a quelli che erano con me), che gli abbiamo salvato al vita. Qualcuno al contrario, ha detto che forse sarebbe stato meno doloroso se fosse morto prima, anche pensando a tutto quello che dovrà affrontare (oltre alle cure, le riabilitazioni, c'è anche la lontananza dalla famiglia, dal villaggio, dagli amici, dalla sua storia...).


Mentre pensavo a queste cose, pur essendo convinto che la vita è il valore che va slavaguardato sempre, e che è meglio che sia vivo, anche se sarà dura, mi convinco che non erano queste le domande giuste. Andando a trovare Nicolà nei giorni seguenti, la mamma, e i vicini di letto, mi accorgevo che lui non cercava tanto un medico, un guaritore - certo, anche loro, per carità - ma un amico, un fratello, qualcuno a cui poter stringere la mano, qualcuno che ti faccia sorridere, qualcuno a cui poter rivolgere il proprio lamento e la propria preoccupazione. Allora non si tratta prima di tutto di operare, fare protesi, riabilitare, ... la questione non è vivere sì o vivere no, ma è che vita ti aiuto a condurre. Io potrei anche considermi a posto: l'ho portato in ospedale, l'ho salvato, l'ho affidato a chi può curarlo, ho pagato e pagherò le cure necessarie. Ma non è così, non basta, non è lo stile di Gesù. Lui è il buon samaritano che dopo aver fatto tutto questo dice all'albergatore: ripasserò, tornerò. E così deve essere con Nicolà, bisogna tornarci. E così deve essere con chiunque.


E come il buon samaritano si è fermato e si è chinato a curare l'uomo incappato nei briganti, così io ho capito cos'era quell'odore solo dopo che ci siamo fermati e mi sono chinato a sostenere le gambe di Nicolà mentre la mamma si aggiustava al seno il fratellino. E' solo la carità, il chinarsi ai piedi dei fratelli per servirli, che ti permette di giudicare bene, e non fermarti a giudizi "da sopra il lenzuolo" che fanno solo male, agli altri e a te.


Tornare, cioè creare relazione. Quello che la nostra sanità sta perdendo. Creare relazione cioè non fermarsi a una parte del corpo - nel nostro caso i suoi piedi - ma prendersi cura del tutto. Perchè noi uomini e donne siamo fatti così: un tutto formato da varie parti, e se ne soffre una, soffre il tutto. Allora per curarti i piedi il chirurgo si occuperà dei tessuti, l'infermiere delle pomate,... uno si occuperà del tuo stomaco portandoti il cibo, ma tutti ci dobbiamo preoccupare del tuo cuore, del tuo sorriso. Vedere un sofferente, un povero, un ultimo che sorride è la cosa più bella che ti possa capitare, mi commuove ancora in pensiero. Ho davanti ai miei occhi il sorriso di Nicolà, sia in macchina che all'ospedale, che nonstante la sofferenza sapeva scherzare e gioire. Penso sia una grazia che il Signore mi ha fatto vedere, che ci offre se non ci chiudiamo a "sopra il lenzuolo".


Penso che noi missionari, religiosi e laici, siamo qui per questo: un po' per aiutare la sanità (e tutte le varie istituzioni a funzionare bene, per servire al meglio l'uomo) ma soprattutto per "far sorridere" gli uomini, donare loro pace e speranza, cioè vita vera, piena. E penso che ognuno di noi allora possa essere missionario ovunque si trova.


Forse dovremmo chiederci come le nostre attività servono le persone a noi affidate. Forse delle volte ci fermiamo davvero solo a delle parti del corpo, senza occuparci dell'uomo tutto. Ma questo tipo di servizio non basta: non rende felici le persone che lo ricevono e non rendono felici noi che lo facciamo.