Mimmo Muolo Intervista a Bruno Forte – AVVENIRE 13 Febbraio 2007
"È in gioco il nostro futuro. E quando questo avviene, la Chiesa deve parlare. Non per un calcolo di potere, né tanto meno per la volontà di prevaricare, ma per una "urgenza d’amore" nei confronti della società". Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e noto teologo, spiega così l’insistenza con cui il Papa, i vescovi italiani e larghissima parte del mondo cattolico hanno ribadito in questi giorni il "no" ai Dico. "Un no – aggiunge il presule – che contiene in realtà tanti "sì": il sì in questo caso, al futuro, ai giovani e alla famiglia, come comunità generatrice di vita e di educazione. Proprio come ricorda il Santo Padre in tutti i suoi interventi".
E anche ieri Benedetto XVI ha ricordato che c’è una legge naturale intangibile.
Sì, penso proprio che questi interventi siano illuminanti. Perché i sì della Chiesa hanno certamente una profonda dimensione religiosa (l’obbedienza al disegno del Creatore), ma possiedono anche una loro forza intrinseca, antropologica, direi. E come tali sono condivisibili anche da parte di chi senza pregiudizi, e pur non credendo in Dio, si mette a riflettere sulla realtà dell’uomo. Quando il Papa parla del diritto naturale, ricorda in sostanza che c'è una sorta di grammatica iscritta nel cuore della persona intesa come essere relazionale. E che questa grammatica è riconoscibile sia per chi guarda la realtà con gli occhi della fede, sia per chi, non avendo questo dono, avverte la necessità di trovare punti di riferimento per la convivenza basata su valori condivisi.
Che cosa può succedere quando questa grammatica viene ignorata o manomessa?
Sostengo che è in gioco il nostro futuro, proprio perché ho l’impressione che potremmo trovarci di fronte a una reazione a catena dall’esito imprevedibile. Ma ciò che possiamo prevedere già da ora è che questo ddl è un fattore di profonda destabilizzazione rispetto alla centralità della famiglia, cioè all’elemento di coesione sociale scelto sessant'anni fa dai Padri della nostra Carta costituzionale. Dunque, quando a un edificio si toglie uno dei pilastri portanti, i rischi di crollo sono altissimi.
Eppure qualcuno sostiene che in un campo come questo la Chiesa non ha titolo per intervenire.
Su questo punto bisogna intendersi bene. Come pastori non vogliamo sostituirci ai politici e tanto meno dare direttive in campi che non sono i nostri. Ma abbiamo il dovere di parlare – e nessuno può vietarci di farlo – di ciò che riteniamo sia il bene della società e degli uomini e delle donne del nostro tempo. È un'urgenza di amore che ci spinge a parlare. Non è un calcolo di potere, né la volontà di prevaricare. Ma un'urgenza di amore per servire la causa del presente e del futuro, del nostro popolo e delle generazioni che verranno.
Qual è dunque la vera posta in gioco?
Il discorso di fondo riguarda soprattutto il modo di concepire il nostro futuro. Quando la Costituzione ha riconosciuto alla famiglia un ruolo fondamentale, non era una semplice disposizione passeggera, ma l'espressione di un ethos condiviso sul quale si andava a edificare tutta la vita nazionale. Una democrazia non esiste se non ci sono valori condivisi e non negoziabili. Il valore della vita, della persona, della solidarietà, della responsabilità, tutti elementi che trovano nella famiglia un fulcro insostituibile. Perciò ci chiediamo: la normativa che si prepara fino a che punto è in sintonia con il dettato costituzionale? E ancora: quale volto vogliamo dare al Paese che verrà? Un volto basato sui nuclei familiari, cioè su comunità di vita, di educazione, di affetti, nella reciprocità dei ruoli genitoriali e dei rapporti parentali o una comunità nella quale questo nucleo è soltanto uno dei tanti possibili con tutte le varianti immaginabili che finiranno per creare un arcipelago di punti di riferimento? Mi sembra che proprio questa domanda dovremmo porci davanti davanti a questa legge.
Ma è una domanda che si pongono solo i vescovi?
No, è la domanda che si pongono tante persone e tante famiglie, come ho modo di constatare quotidianamente nel compiere il mio compito di pastore. Ciò che urge veramente nel nostro Paese è un'azione a sostegno della famiglia. Penso ad esempio alla natalità. In Francia questa politica si è fatta e i risultati si stanno vedendo. Da noi la denatalità è una sfida gravissima alla quale non si risponde certamente con i Dico. C'è poi il problema del lavoro, della casa per le giovani coppie, degli anziani, della semplice sussistenza per giungere alla fine del mese. Insomma, è anche una questione di priorità. Come in ogni famiglia, quando si deve programmare seriamente il futuro, bisogna individuare le vere priorità, io credo che la vera priorità oggi sia quella della famiglia. E ciò che è profondamente deludente è che si intervenga per regolarizzare le coppie di fatto, ma non si intervenga per sostenere e promuovere la famiglia. Di fronte a questa situazione siamo profondamente turbati. E il nostro è il turbamento della gente che vuole leggi giuste per problemi urgenti di tutti e non leggi di nicchia per questioni strumentalizzate da singole parti politiche o leggi fatte male per regolare diritti che vanno regolati con molta prudenza e senza equivoci o confusioni dannosi per tutti.