Cosa significa "comunione eucaristica"?

Una delle finalità della recente riforma liturgica (1965) era quella di favorire la parteci-pazione.

Partecipare e condividere sono i nostri verbi-guida.

"Celebrare" la Messa, e non so-lo ascoltarla; comunicarsi, e non solo assistere.

Nella comunione culmina il condividere, ma non si limita ad essa.

La comunità condivide prima le letture e l'ascolto della Parola di Dio.

Già Agostino os-servò il fatto di una parola unica, che suona in bocca ad uno,

si riparte senza dividersi, arriva a tutti in modo uguale, e per convergenza crea un circolo di attenzione.

Tutti condividono il pane della parola, ciascuno secondo la sua capacità e necessità; né ad uno avanza, né a un altro manca.

E nel condividere, rinsaldano la loro unità.

La parola non è monopolio di pochi eletti (come potevano dare l'impressione le letture fatte in latino).

Nelle letture ci si offre quel-la sapienza o saggezza di Cristo che deve modellare il nostro pensare e sentire cristiano.

Più che teorie uniformi, abbiamo bisogno di assimilare la saggezza del vangelo, tutti e ciascuno,

finché arrivi ad essere il nostro "sentire comune" cristiano.

È un processo che nell'eucaristia ha il suo momento privilegiato.

Rispondendo alla proclamazione, possiamo recitare concordi la nostra professione di fede e cantare all'unisono o in armonia il

nostro sentire comune.(Anche il contrappunto po-trebbe presentarsi come un modello di unità nella varietà delle voci).

C'è un modello migliore dell'unità desiderata di quanto sia la musica?

C'è una partitura, ciascuno canta la sua parte, uno dirige, e lo spazio intero che ci avvolge adatta e fonde le vibrazioni, ci invade

gioiosa-mente, ci trasporta con il suono in uno spazio dello spirito.

Anche l'ascolto silenzioso di un pezzo strumentale ci può unire e fondere tutti.

C'è nella celebrazione eucaristica un'altra comunione paradossale, ed è la professione dei peccati.

Oltre al carico dei peccati che ciascuno porta, vi sono le colpe della comunità, condivise.

Abbiamo visto come gli israeliti si sentivano uniti nella confessione dei peccati co-muni:

di fatto, confessare in questo modo è accettare responsabilità comuni e condivise. Se condividiamo una responsabilità,

condividiamo anche solidalmente gli errori conseguenti.

E se vi sono state responsabilità comuni nel passato, ve ne sono anche nel futuro prossimo: sono i compiti comuni.

L'eucaristia può sviluppare in noi anche questo senso comunitario.

Per la comunione in senso stretto, basterà raccogliere cose già dette o accennate.

Una sola carne si divide per tutti (come Davide alla festa dell'arca); un sangue unico circola nel corpo della comunità,

portando l'ossigeno dello Spirito a ogni cellula.

Come l'aria che ci av-volge e che respiriamo esce articolata in parola e propaga la vibrazione ed è mediatrice di comunicazione

verbale; come la luce che ci avvolge e agisce su di noi, riflettendosi rivela la nostra figura personale ed è mediatrice di presenza

reciproca. Così il corpo glorificato di Cri-sto diventa mezzo di comunicazione e di comunione.

Entra egli in noi? O piuttosto entriamo noi in lui? Con questa realtà superiamo la memoria condivisa senza annullarla.

Attraverso questa comunione misteriosa, tutto è comunione nell'eucaristia.

Tratto da: Alonso Schökel, L'Eucaristia, Ancora, pp. 133-134.